martedì 15 gennaio 2013

R. Cannatelli

" Guardo te. Seduta nell'ultima fila di questa triste aula universitaria.
E' novembre.
Fuori piove.
Minuscole gocce di pioggia tintinnano sui vetri, già oscurati da tende troppo pesanti che tolgono gran parte della luce.
Eppure la tua figura è così chiara e illuminata. Risplendi di luce tua, proprio come le stelle. Le tue larghe spalle mi fanno venire voglia di venirti vicino e di sussurarti in un orecchio "amami", "abbracciami e proteggimi da questo mondo che mi ha fatto soffrire già abbastanza""

domenica 6 gennaio 2013

La donna che ero


. . . Io me lo sono conquistato, il mio scampolo di azzurro. Ho combattuto affinché si facesse terso, e il mio cuore non era poi così aperto. Era un cuore spaventato, un po' ammaccato. Un cuore col dito puntato. Mi accusava di averlo maltrattato. Ma quello è riuscito ad infilarcisi lo stesso. In qualche modo, il cielo mi è entrato dentro. Mi ha presa alla sprovvista. Me ne sono accorta solo quando, improvvisamente, ne ho percepito l'infinità. Allora è successo che ho capito. Ho capito che, fino a quel momento, avevo soltanto intuito me stessa. Mi guardavo, da anni, come dietro un vetro appannato che sfuma i contorni, e rimpicciolisce i dettagli. Ma vedersi, vedersi davvero, mettere a fuoco sé stessi ... quella è tutta un'altra storia. . .
Significa imparare l'indulgenza e per questo amare, e perdonare, la donna che eri un tempo. Quella che camminava per strada vestita di sbagli, e pezze a colori, ed etichette affibbiate da qualcuno - chissà quando, chissà perché - e conti mai saldati, e fallimenti ammantati di sforzo, e di tenacia. Quella stessa donna che poi - con una mano che non era più il solito pugno chiuso, ma dita tese e protese verso l'avanti - ho salutato con affetto, e con un pizzico di malinconia. Da lontano, le ho sussurrato: "Mi dispiace. Mi dispiace perché non ho saputo volerti bene abbastanza da preservarti la dignità, ed evitarti inutili dolori. Ora sei libera, ti lascio libera".
E lei se n'è andata, col suo carico di ieri e di domani mai arrivati. Eppure leggera ed impalpabile. Mi ha guardata negli occhi un'ultima volta e, con tenerezza, mi ha detto: "Non ti serbo alcun rancore. Ci siamo tenute compagnia tanto, e tanto a lungo, in quelle mattine senza entusiamo, e nelle notti faticose, eternamente uguali a loro stesse. Ma nulla è più certo del cambiamento ... e allora cambia. Sii il meglio di ciò che puoi essere".
Non dimenticherò mai la donna che ero.  . .

da IL GIARDINO DEI CILIEGI

Tiziano Ferro - Troppo buono


Charles Bukowski

 
 
"Scarpe da lavoro. E io dentro di loro con le luci spente."

Io e te. . .




Non voglio un "amore da favola", ma una favola che sappia d'amore. . . quello che respiri sulla pelle, che ti sfiora il cuore ogni volta che ti accarezza, quello dove basta uno sguardo per accendere un desiderio, quello dove dici: "io esisto; io ci sono perché io e te siamo noi."

La donna vera




La donna vera si differenzia dalla massa perché è pura, perché prima di amare a qualcun altro avrà imparato ad amare se stessa. La vera donna trasmette dolcezza e fragilità ma dentro è solida e imponente. La vera donna non ama stupire la folla, ma l'uomo che ama. La vera donna ama il pudore solo in pubblico è discreta ma tenace. La vera donna non aspetta il destino, ma lo attrae a sé. La vera donna non si concede, si dona senza perdersi.

sabato 5 gennaio 2013

Dedicato. . .

Dedicato a coloro che pensano che un soffio di vento possa raggiungere l’infinito e che l’orgoglio rende cieco il mondo. Dedicato a chi vorrebbe avere un paio di ali per vedere il mistero che ci circonda.
Per chi pensa che il mistero sia solo quello che non vogliamo vedere. E a chi pensa che tutto può essere scoperto e perduto.
I sogni sono le spinte verso il futuro, che profumano di speranza e mistero, ma la speranza la creiamo noi, dal desiderio di non arrenderci mai. . .